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Recensione “Tanto vale divertirsi”

Recensione “Tanto vale divertirsi”

Tanto vale divertirsi è il titolo dell’opera teatrale presentata da Antonella Carone, Tony Marzolla e Loris Leoci al teatro Fenaroli di Lanciano. Essa è molto più di una semplice commedia: con il suo approccio leggero e delicato affronta uno degli avvenimenti più tragici della nostra storia, la Shoah. Questa però viene raccontata da un punto di vista differente, in maniera velata che pian piano diventa sempre più esplicita. I protagonisti sono due ebrei deportati che da sempre si sono dedicati all’arte teatrale, vengono scelti per mettere su degli spettacoli di cabaret per divertire le SS tedesche e gli ospiti importanti. Il loro pubblico è però composto anche dagli altri deportati che non li vedono di buon occhio, infatti gli attori potevano scampare alla morte organizzando spettacoli di successo, mentre tutti gli altri erano costretti a guardare queste allegre commedie sapendo del loro tragico destino. Ma, ovviamente, la linea tra successo e fallimento era molto sottile e gli attori vivevano sapendo che ogni spettacolo sarebbe potuto essere l’ultimo. Con questa consapevolezza i protagonisti scelgono di recitare l’Amleto di Shakespeare in chiave comica. Quello che colpisce di più in tutta la rappresentazione è che la narrazione sembra articolarsi per paradossi: l’atroce sofferenza della deportazione si scontra col clima spensierato della pièce théâtrale; l’opera scelta inizia proprio con l’invasione della Polonia, esattamente come la seconda guerra mondiale; la musica di sottofondo è il jazz, il quale viene vietato fuori dal campo di transito olandese di Westerbork. Ciò fa del lager un ambiente al di fuori di ogni logica, grottesco, che ancor prima che fisicamente, annienta l’anima degli uomini, se ancora così possiamo definirli. Eppure qualcosa, in questo luogo brutale, resiste ancora. Shakespeare diventa l’arma dei deportati per allungare la loro vita anche di solo una sera, forse perché anche oggi la cultura ci può salvare. Nei contesti più degradati basta un libro, uno spartito per risollevare la situazione, questa idea è ripresa anche dal celebre romanzo distopico di Huxley. Allo stesso modo nel romanzo abbiamo un mondo capovolto in cui tutto quello che gli uomini di oggi reputano moralmente corretto (i valori di famiglia, libertà, sofferenza) è considerato sbagliato e reputato osceno. Quelli che la pensano come noi sono considerati allo stesso modo col quale noi designiamo i selvaggi: rozzi, ignoranti, persone che non comprendono le tecnologie avanzate del nostro tempo e perciò le disprezzano. O almeno questo è quello che pensa il popolo, coloro che hanno il potere invece sanno quanto la conoscenza potrebbe rendere le masse difficili da governare e dunque cerca in ogni modo di edulcorare le loro vite allontanandole dalla sofferenza ma allo stesso tempo dalla libertà. Il Selvaggio, il personaggio chiave dell’opera, trova però in modo fortuito un libro proibito nella società avanzata del nuovo mondo: l’Opera omnia di Shakespeare, che lo allontana da quella realtà dove vivono caproni e scimmie, e proprio grazie ad essa riuscirà a vivere una vita piena, fatta sì di dolore ma libera dagli schemi imposti dagli oppressori. L’opera venne pubblicata l’anno prima dell’ascesa di Hitler e proprio alla luce dell’orrore dell’olocausto lo stesso autore si rende conto di quanto questa Utopia fosse più vicina a noi di quanto chiunque avesse potuto immaginare. Aggiungiamo alla bravura degli attori nell’interpretare questa commedia che cammina sul filo dell’umorismo, un’attenta ricerca delle fonti storiche e un tocco di carattere yiddish per avere un’opera che parla di resilienza e ci insegna che una risata davvero può renderci liberi.

Mercani Luna
3 A linguistico, Istituto d’Istruzione Superiore De Titta-Fermi Lanciano

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